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La psicoterapia attraverso Bateson
verso un’estetica della cura

di Giovanni Madonna
Bollati Boringhieri, 2003, pagg. 225, € 19

Commenti di Silvana Quadrino e Mauro Doglio.
Dal sito "Change" (www.counselling.it)

Madonna espone con lucidità concetti che moltissimi “sistemici” riconoscono come fondanti nel loro modo di fare terapia e che non sempre sono stati esplicitati e collegati così chiaramente al pensiero batesoniano.
Sarà che a molti di noi brucia un po’ il non celato fastidio con cui il “nostro” Gregory trattava gli psicoterapeuti (“orribile faccenda”, definisce una volta il nostro amato la terapia familiare…). Sarà che nella lunga strada per conquistare alla terapia sistemica una dignità che per molto tempo gli psicodinamici tendevano a negarle, abbiamo badato più a dimostrare scientificamente la validità del nostro metodo che a riflettere sulle sue specificità e a rivendicarle.
E’ anche vero che probabilmente non per tutti i sistemici il richiamo a Bateson è ugualmente forte. Per noi lo è stato e proprio il pensiero di Bateson ci ha portati a cercare strade ancora meno “forti”, come quella del counselling.
Quello che Madonna descrive è un modo di essere terapeuti che parte da una rinuncia: la rinuncia a quella che Bateson definisce la finalità estroversa, finalità di cambiare il paziente (o la sua realtà) adeguandolo a un modo ben chiaro nella mente del terapeuta. La finalità introversa, che caratterizza invece un intervento sistemico batesoniano, si traduce in un modo di intervenire “cauto, non precipitoso, non arrogante”; fiducioso nella capacità del paziente di “guarire lentamente da solo”: cioè senza che il terapeuta operi la guarigione al posto suo.
Un terapeuta inesistente, dunque? Tutt’altro: un terapeuta che ha imparato a curare attraverso l’incontro, senza cercare di applicare le sue tecniche all’altro; che sa utilizzare modalità di intervento basate sulla narrazione, per definire le quali Madonna usa termini squisitamente Batesoniani: modalità processuali, estetiche, non sottoposte al primato della ragione.
Per chi si muove sul confine fra counselling sistemico e psicoterapia sistemica le riflessioni di Madonna sono utilissime per tentare di vedere più chiaramente le differenze e le somiglianze fra i due interventi. Si chiarisce molto meglio, allora, che la modalità processuale di cui parla Madonna può realizzarsi solo attraverso un contratto psicoterapeutico ben strutturato e condiviso e a partire da una richiesta di cura espressa dal paziente (finalità cosciente) che il terapeuta ritradurrà (cautamente) in proposta-stimolazione dell’autoguarigione.
Al counsellor manca questa richiesta iniziale di cura, il contratto deve essere inventato, ridefinito e adeguato alla natura specifica dell’intervento; ma sempre a partire dalla richiesta del paziente, e applicando un modello di intervento estroverso, cioè non finalistico (dovrai diventare così e allora starai meglio).
Utilissimi anche gli spunti sulla formazione, con l’invito, che non possiamo che condividere, a “partire da lontano, attraversare territori inconsueti, andare lontano” che sembra la sintesi dei percorsi di formazione per i formatori che alcuni di voi hanno condiviso con noi.
Un libro certo non facile, consigliabile a chi ha già maturato la riflessione su Bateson e in generale sulla terapia sistemica.
Ma, forse, batesonianamente, anche a chi vuole provare ad accostarsi a un pensiero complesso con atteggiamento estetico, e non sottoposto al primato della ragione. Come sapete, leggere cercando di capire tutto è il modo peggiore di accostarsi a Bateson e al suo pensiero.
Silvana Quadrino

C’è una strana contraddizione che i lettori e gli interpreti di Bateson si trovano prima o poi ad affrontare: da una parte ci sono nel suo insegnamento pensieri e teorie che sembrano applicabili con successo alla realtà umana (nel campo della terapia, della didattica, dell’ecologia ecc) dall’altra ci sono ripetute affermazioni di Bateson stesso secondo cui con queste idee non bisognerebbe “farci niente”.
Bateson non sopportava quando qualcuno cercava di usare le sue idee per intervenire sulle persone, anche se si trattava, come nel caso della terapia sistemica, di curarle. I terapeuti però, come del resto gli insegnanti e tutti coloro che operano in campo sociale, hanno bisogno di agire, di fare delle scelte e cercano teorie che li aiutino in questo compito. Ma proprio l’intenzione di agire con scopi determinati era ciò che Bateson riteneva un errore fatale.
L’azione guidata dalla finalità cosciente, quindi basata sull’applicazione ai sistemi viventi di teorie e tecniche, è minata alla base da un errore gravissimo: parte infatti dal presupposto che qualcuno possa controllare o modificare qualcun altro nella direzione voluta, dimenticando che un sistema vivente (un paziente, una classe di alunni, una foresta, un mare) non può essere trattato come un “oggetto” sul quale si interviene dall’esterno, come quando si ripara il motore di una macchina. I sistemi viventi sono interconnessi e nelle relazioni tra esseri umani e tra l’umanità e l’ambiente non è possibile “controllare” nulla. Chi volesse farlo agirebbe in modo inadeguato rispetto all’insieme e la sua azione risulterebbe inevitabilmente sconnessa dal più ampio contesto e probabilmente dannosa, come quando, negli anni sessanta, si irrorarono di DDT grandi distese di terre infestate dalle zanzare, col risultato di uccidere le specie animali che di esse si nutrivano e di ottenere zanzare resistenti agli insetticidi.
Giovanni Madonna con il suo libro ci permette di comprendere meglio la diffidenza batesoniana verso l’azione finalistica e ne propone un approfondimento, almeno per quanto riguarda la psicoterapia. Appoggiandosi su di una puntuale e approfondita conoscenza dei testi, Madonna mette in luce che per Bateson ci sono due tipi di finalità, quella estroversa che ha come fine il cambiamento della realtà che ci circonda o degli altri e quella introversa, che è il desiderio di cambiare il proprio sé. Apparentemente entrambe hanno come scopo un cambiamento del tipo che abbiamo visto in opera quando si agisce in base alla finalità cosciente. In realtà c’è una sensibile differenza tra le due: mentre la finalità estroversa infatti rientra nella visione separante per cui esiste un soggetto che cerca di agire su di un “oggetto” (in questo caso il paziente); la finalità introversa presuppone un cambiamento del soggetto stesso, ma in una direzione particolare.
Chi cambia in questo caso è il terapeuta; il cambiamento avverrà in una direzione che si può provvisoriamente definire come un tentativo di modificare se stessi verso la dimensione “religiosa” di un’appartenenza al tutto. Tradotto in termini operativi, il terapeuta non cercherà di modificare il sé dell’altro, come se si trattasse di intervenire su qualcosa di esterno, ma di creare una situazione relazionale in cui possa avvenire un cambiamento: un fattore fondamentale di questa situazione è determinato dall’atteggiamento mentale del terapeuta e dal suo modo di agire.
In questo modo però non va perduto il senso dell’intervento terapeutico? In altre parole, non c’è il rischio che il terapeuta si sottragga al suo compito professionale? La risposta è nella visione d’insieme del processo terapeutico che Madonna propone. La finalità cosciente o estroversa (l’obiettivo terapeutico) non viene cancellata, ma forma una cornice all’interno della quale può svolgersi il processo di interazione tra terapeuta e cliente. Questo processo non è caratterizzato più dalla finalità estroversa ma dalla finalità introversa che il terapeuta rivolge a sé stesso. Non si tratterà più quindi di produrre cambiamenti in un altro – perché diventi, per esempio, meno timido. Il cambiamento di cui si parla qui sta nella capacità non di agire in questo o quel modo, ma di non agire; il che non significa restarsene muti e immobili (che è comunque una forma di azione), ma agire senza forzature. Si tratta dell’idea, radicata nelle filosofie orientali, di wu-wei, ovvero la non azione: che Madonna definisce come la “combinazione della (saggezza sistemica relativa alla) capacità di sentirsi tutt’uno con l’altro, con il mondo fuori di sé, e della capacità di seguire nell’azione la via della minima resistenza, così come fa l’acqua che scorre”. Cambiare se stessi nella cornice della finalità introversa significa sviluppare sensibilità alla struttura che connette e agire senza volontà finalistica all’interno dell’interazione.
La teoria dei tipi logici, molte volte utilizzata da Bateson, permette di articolare ulteriormente il rapporto tra la cornice terapeutica e le singole interazioni tra terapeuta e cliente. Essa afferma che una classe è ad un livello logico diverso dai suoi elementi; per cui, ad esempio, il nome di qualcosa è di livello logico diverso dall’oggetto che designa ed è per questo che con la parola “penna” non si può scrivere. Trasposta nel contesto terapeutico significa che il livello della struttura formale dell’intervento psicoterapeutico, vale a dire la classe delle interazioni psicoterapeutiche, è caratterizzato dalla finalità cosciente (un terapeuta incontra un paziente con lo scopo di aiutarlo, il paziente incontra il terapeuta con lo scopo di farsi aiutare); non finalizzate sono invece le singole interazioni psicoterapeutiche che, istante per istante, vanno svolgendosi tra terapeuta e paziente.
Un importante sezione del libro è dedicata infine alla formazione del terapeuta che voglia raggiungere questa modalità di intervento basata sulla non azione. Madonna segnala l’importanza per i formatori di addestrare (e addestrarsi) ad un pensiero non finalizzato. Questa forma di pensiero, che Bateson segnalò a più riprese come un correttivo della tendenza a pensare finalisticamente, è all’opera in diverse attività e aspetti della vita umana come la meditazione, la poesia la musica il contatto con gli animali e la natura, la religione, il gioco.
Il libro di Madonna rappresenta, anche per i non psicoterapeuti, un’interessante occasione di confronto con il pensiero di Bateson. Si tratta infatti di un pensiero che non può essere semplicemente applicato, ma che deve essere in qualche modo “attraversato”; non con lo scopo, che sarebbe ancora determinato dalla finalità estroversa, di impadronirsene; ma con l’atteggiamento, legato invece alla finalità introversa, di lasciarsi stimolare, interrogare e, forse, cambiare da esso.

Mauro Doglio

 


 
 
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